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Zola Jesus ha scelto la parola Okovi come titolo del suo album. È una parola serba che si può tradurre come “catene”. Zola Jesus presenta infatti all’interno le sue origini ucraine e russe. Ed un po’ un album di riscatto.

All’interno di Threevi’s, piazziamo di prepotenza Zola Jesus. Non vuole essere una recensione del suo album, non lo abbiamo ascoltato ancora abbastanza per giudicarlo. La presentiamo qui per vari motivi: è un’artista che inseguo da parecchio e che la prossima settimana sarà qui a Berlino. Sarà anche Lipsia, forse andrò proprio là ad ascoltarla.

È un’artista che ho iniziato ad ascoltare in un certo periodo dell’estate 2016, nelle cui atmosfere tetre spesso mi ritrovavo. Venne infatti a Berlino, l’estate scorsa al Pop-Kultur Festival.

Lei stessa accusò alcuni momenti di depressione, dopo aver vissuto tra Seattle e Los Angeles. Era lontana dalla sua terra (famiglia originaria dall’Europa dell’Est, ma lei nata e cresciuta in Wisconsin). Aveva perso quei valori che l’avevano cresciuta e si persa nelle centinaia date dei suo tour e nell’anonimato delle grandi città della West Side.

Merrill, Wisconsin

Merrill, Wisconsin

Il lato dark di Zola Jesus in Okovi è piuttosto presente, la sua voce urla fuori la propria rabbia. La musica tutto attorno sembra veramente un prigione di suoni, da dove lei e la sua voce cercano di uscirne. Potrà sembrare un concetto strano, ma è ciò che mi evoca la sua musica. 

E le catene di cui parla, non sono soltanto quelle che ti costringono ad un qualcosa contro la tua volontà. Sono anche quelle che ti permettono di mantenerti legato alle cose che ami.

Zola dunque si è rifugiata nella sua cittadina natale e qui ha composto l’intero Okovi (Sacred Bone Records). In una casa costruita apposta a meno di mezzo miglio dalla casa in cui ha vissuto, in mezzo al bosco, agli orsi. E tutto questo è bellissimo.